Isaia e il canto del servo sofferente Is 52, 13-53,12

Isaia è sicuramente il profeta più conosciuto nelle vulgata popolare… fa parte del gruppo dei profeti maggiori (con Geremia, Ezechiele e Daniele), dove la definizione maggiore è dovuta al fatto che, nel testo masoretico, ognuno aveva un volume a sé, mentre i minori erano collocati in un unico libro in sequenza temporale (Osea, Gioele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Naum, Abacuc, Sofonia, Aggeo, Zaccaria e Malachia).

Isaia è nato verso il 760 a.C. e riceve la vocazione intorno ai 20 anni, che esercitò per più di 40 anni, sotto il regno di Acaz, attraverso tutte le traversie del regno di Giuda (guerra contro gli Assiri, annessione della Samaria, crollo del regno del Nord, alleanza con gli Egizi e capitolazione sotto il dominio assiro); sotto il regno di Ezechia, sostenne l’operato del re. Dal 700 a.C. non abbiamo più notizie di Isaia e secondo una tradizione ebraica fu martirizzato sotto il re egizio Manasse.

Il libro che porta il suo nome è il frutto non solo del suo ruolo di profeta del Tempio (profeta con afflato poetico, protagonista delle vicende politiche, genio religioso dalle intuizioni ancora oggi vivide), ma anche delle successive composizioni e ricostruzioni, operate dalla sua scuola di discepoli, immediati o lontani (che daranno origine alle parti del libro denominate deutero-Isaia e trito-Isaia).

La divisione individuata dagli esegeti è questa:

  • Cap. 1-39 Isaia: oracoli sul regno di Acaz e Ezechia;
  • Cap. 40-55: oracoli relativi all’esilio babilonese e al ritorno (due secoli dopo);
  • Cap. 55-56: oracoli compositi pre e post esilici, prosecuzione della scuola del deutero-Isaia

Comuni tra Isaia e tutti i profeti sono i temi che ricorrono nella loro predicazione, come argomenti su cui Dio vuole richiamare il suo popolo. Nabii, il profeta, è nome che deriva dalla radice verbale “chiamare, annunciare”: il profeta è insieme colui che è chiamato e colui che annuncia, messaggero e interprete della Parola di Dio, una Parola che si impone anche oltre la volontà del profeta stesso, perché egli sa di aver ricevuto quella Parola da Dio, con un contatto personale, in un momento di preghiera. I temi che ricorrono più spesso sono quelli del culto autentico, del peccato dell’uomo e del messianismo: il profeta deve richiamare il popolo e il re che sono in condizione di peccato, perché ritornino al culto monoteista verso Jhwh e attendano il Messia, per la salvezza di tutto il popolo.

Isaia è stato quindi un grande profeta-scrittore, che ha dato origine ad una scuola a lui successiva e ad altri profeti, che a lui si richiamano. Il discorso profetico in Isaia prende almeno tre forme, che ritroveremo anche nei profeti successivi: il detto profetico che è un oracolo in cui Dio parla o il profeta per Lui con insegnamenti, annunci, promesse anche minacce; il racconto in prima persona, in cui il profeta riferisce la sua esperienza e la sua vocazione; il racconto in terza persona (spesso è opera di riscrittura di un redattore successivo) che parla di eventi della vita del profeta e del suo ministero.

Isaia esercitò il suo ministero come profeta della fede che accompagna il popolo in tutte le traversie, confidando nella salvezza offerta da Dio al popolo e nell’arrivo del Messia. Il brano che prenderemo in analisi fa parte dei brani detti “Canti del servo sofferente”, attribuiti al deutero-Isaia. Sono i brani più studiati di Isaia e probabilmente dell’Antico Testamento, soprattutto per la attribuzione di identità del servo, che è molto discussa: figura messianica del presente, identificata con il profeta deutero-Isaia stesso, che ha sofferto per le profezie? Mediatore della salvezza futura, nel senso messianico ebraico, da attendere, anticipandone i gesti? Per noi cristiani, sono i passi che Gesù ha scelto per la propria identificazione (Lc 22.37 richiama Is 53,12), come spiegazione della sofferenza e della morte in croce; identificazione che poi è stata raccolta dalla prima comunità cristiana e trasmessa a noi, nel senso dell’inverarsi in Gesù Cristo delle Scritture.

Vediamo, nella struttura del nostro passo, come si delineano i temi profetici: il testo si compone di due brani, con un inserto, dal significato anticipatorio della promessa di Dio.

  • 52,13-15 annuncio di ciò che è inaudito, il servo sfigurato sarà esaltato
  • Inserto: 53,1-11ab discorso del profeta alla folla, che spiega la promessa di Dio per il servo
  • 53,11cd-12 promessa di Dio per il popolo, resa possibile dal sacrificio del servo

Vediamo i 3 momenti del passo:

  • 52,13-15 annuncio di ciò che è inaudito, il servo sfigurato sarà esaltato

L’inizio molto brusco è legato al compimento dei vv.42,1-4: dove la violenza dell’uomo lo ha sfigurato, la potenza del Signore farà meravigliare i re delle nazioni, in modo unico (un fatto); la forma diversa, dai figli dell’uomo, è sembrata alle prime comunità connessione con la duplice natura di Gesù Cristo; siamo nell’annuncio profetico sotto forma di oracolo, Dio parla per bocca del profeta. Vediamo che c’è già un anticipo di speranza, nell’inaudito: solo Dio può compiere ciò che non c’è mai stato.

  • Inserto: 53,1-11ab discorso del profeta alla folla, che spiega la promessa di Dio per il servo

Il discorso centrale di inserto vuole dare senso al sacrificio del servo che verrà svelato alla fine; non si tratta di oracolo, ma di commento del profeta al popolo, per spiegare il senso della profezia. Nella nostra mentalità positivista, fatichiamo a comprendere un discorso in cui il finale è anticipato al centro, perché ragioniamo in termini di consequenzialità sperimentale (ogni fatto concatenato al precedente costituisce il filo della storia e mi porta a capire il finale). Nella mentalità ebraica, il futuro è alle spalle, possono avere un futuro solo se l’ho immaginato da prima; di conseguenza, nella mentalità ebraica con senso religioso, la promessa di Dio che mi aspetta trova senso solo se è anticipata nel racconto dal profeta, che la spiega prima; e poi posso comprendere ciò che accade secondo la volontà di Dio. La volontà di Dio è che ci sia una discendenza lunga e che compie la volontà di Dio, quando il servo offrirà la sua vita: allora il servo vedrà la luce. Il sacrificio, del tutto innocente, senza inganno o colpa, darà al servo la conoscenza e a noi la salvezza.

  • 53,11cd-12 promessa di Dio per il popolo, resa possibile dal sacrificio del servo

I versetti riprendono la forma di oracolo, per spiegarci che senso avevano la sofferenza e la morte del servo: solo nella comprensione della azione di Dio, possiamo capire che il servo si è addossato l’iniquità di tutti (radiim in ebraico significa per tutti e non per multos come ha tradotto Girolamo, per errore), che ha intercesso per i colpevoli e ha svuotato tutta la sua vita fino alla morte (svuotato ha il senso del dare tutto, con un movimento dalla interiorità alla esteriorità, tutto ciò che si ha, che si è e che si può dare di sé).

È un brano che impressiona per le somiglianze con la morte di Gesù… noi cristiani diamo una interpretazione cristologica, che è comprensibile, ma non a considerata la unica possibile; dobbiamo sempre rispettare la interpretazione ebraica che considera come servo, Isaia stesso e anche il popolo di Israele, dopo l’Olocausto. È la fede, come sempre, che fa la differenza in ciò che leggiamo.

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