la chiamata di Mosè Es 3,2-4,31

Chi è Mosè per noi oggi? Indubbiamente l’uomo che ha liberato gli Israeliti e lo ricordiamo come il patriarca più importante… vogliamo però chiederci come la chiamata di Mosè riguardi direttamente ognuno di noi e il testo ci lascia notevoli spunti, almeno 2: la chiamata di Dio fa la nostra vocazione, Dio è sempre fedele. Vediamoli attraverso il testo, perché sono temi di stringente importanza antropologica; di fatto, molte delle nostre certezze di vita su che cosa si fondano? Quello che facciamo nella vita (relazioni affettive, vita lavorativa, presenza sociale) si nutre della chiamata di Dio per noi?

Iniziamo con il testo, che ha origine in diverse fonti[1]: con molta certezza è una narrazione non sacerdotale (la tradizione degli esuli) che raccoglie al suo interno racconti di teologia profetica e di chiamata vocazionale; la redazione del testo è probabilmente post-esilica e si rilegge la vocazione di Mosè alla luce dei profeti, collocandola nel deserto e qualificandola come rivelazione del nome di Dio e come chiamata alla fede. Possiamo dividerlo in queste sezioni, a motivo dallo studio dei campi semantici (utilizzo delle parole e dei verbi, che trova unità su determinate scelte lessicali e ci fa comprendere la unità di un testo). In una esegesi inoltre è importante seguire il testo, versetto per versetto, raggruppando per unità di senso le parti, al servizio della comunicazione stessa dalla Parola di Dio per noi. Ecco le parti:

3, 1-6: il roveto ardente;

3,7-4,17: il dialogo vocazionale;

4,18-31: la risposta di Mosè;

3, 1-6: questo passo è una unità compatta, che nel linguaggio, riprende il senso della teofania; non dobbiamo mai dimenticare che leggiamo l’Antico Testamento in traduzione e che le parole tradotte potrebbero non restituirci tutto il significato, come lo percepiva un israelita; la radice verbale r’h, vedere, compare almeno 6 volte ai vv.2,3,4 e 6; Mosè prende coscienza della chiamata sempre dopo la parola di Dio ai vv.5-6. Il roveto, come evento inspiegabile e luogo sacro non viene poi dopo più menzionato, segno che al centro della narrazione non c’è il miracoloso oppure il segno, ma il dialogo che si instaura tra Dio e Mosè, che è chiamato per nome. La teofania è piena con il nome di Dio: il nome rivelato definisce Dio in relazione a Mosè, come Dio della sua famiglia e della promessa ai patriarchi. Il timore di Mosè risponde piuttosto alriconoscimento della grandezza di Dio piuttosto che alla paura. E il segno dei sandali è un messaggio simbolico chiaro per un israelita: il sandalo rappresenta la dignità della persona libera; se mi tolgo i saldali per camminare in un luogo compio un gesto di umiltà, di rinuncia al possesso di quel luogo, di affidamento, il gesto mi dice che Dio non è una mia proprietà nella sua manifestazione…. Come possiamo quindi sentire vicino oggi Mosè, nel momento della sua chiamata? Primo, a partire dal dialogo; il dialogo posto da Dio è nel segno della riconoscibilità e della storia di ognuno di noi, Dio vuole farsi conoscere da noi, dentro la nostra vita e pone il dialogo nel rispetto reciproco: l’uomo toglierà i sandali, Dio si rivela con il nome, che nella cultura semita è il tutto ciò che possiamo conoscere ( i nomi non sono mai casuali…e non solo nella Bibbia). Secondo, conta la apertura di dialogo continuo, piuttosto che il porre segni da parte di Dio; dentro la nostra vita, troveremo, guardando indietro, momenti speciali, come il roveto, momenti in cui Dio ci ha chiamato… noi però abbiamo tenuto il dialogo aperto? Perché un percorso di vocazione non è come ricevere istruzioni per una missione conclusa (tipo incarichi di produttività aziendale o missioni spionistiche alla 007… come è sempre facile piegare Dio alle nostre logiche!), ma un cammino mai concluso di dialogo, in cui Dio ci accompagna sempre.

3,7-4,17: questo passo vede convergere in un unico testo redatto in modo unitario fonti relative alla rilettura profetica del ruolo di Mosè, relative alla tradizione patriarcale e alla riflessione vocazionale. Il dialogo vocazionale tra Dio e Mosè di fatto conclude la teofania del roveto: dove Dio si manifesta, inizia il dialogo personale, che può essere sempre ripreso interiormente, attivamente, pur con dubbi, incertezze, scuse… come fa lo stesso Mosè.

Nei vv. 7-9, Dio comunica il motivo della sua manifestazione, il dono gratuito della liberazione, v.9: “Ho osservato” v. 7 si potrebbe tradurre anche come ho vissuto[2], nel senso della partecipazione di Dio alle sofferenze; la ripetizione di 3 volte del termine “terra” ci restituisce, oltre che l’interesse di Dio per il popolo, anche due registri di riflessione. La terra è evocata simbolicamente (latte e miele indicano la terra della pastorizia, la terra in cui c’è sempre affidamento a Dio per la propria sopravvivenza) e geograficamente (indicando tutti i popoli che già ci vivono, cui gli israeliti si aggiungeranno come settimo popolo, segno della benedizione divina).

Nei vv. 10-15, la rivelazione del nome di Dio si lega alla missione di Mosè, “Io ti mando dal faraone”; alle due obiezioni di Mosè (saranno 5 in tutto il passo), Dio risponde tre volte con il suo nome (12, 14,15), con la aggiunta al v.12 “Io sarò con te”: il successo di tutta la missione, cui chiaramente Mosè resiste, è in questo, che noi crediamo che Dio sarà sempre con noi e che noi possiamo servirlo. Interessantissimo il fatto che in ebraico non ci sia il tempo futuro, e che la traduzione ci restituisca il senso del futuro dove in ebraico si utilizzi un tempo presente condizionale… dove la condizione è che ci sia la fede; dove c’è la nostra fede, allora percepiamo la presenza, viviamo con Dio accanto (beninteso sapendo che Dio è accanto a tutti, ma solo se crediamo percepiamo la presenza e iniziamo il dialogo). Le obiezioni di Mosè (3,11-3,13-4,1-4,10-4,13) sono tali da arrivare fino alla rinuncia alla missione: segno sia della difficile legittimazione della missione profetica nella società, ma anche della istituzione in Mosè di un profeta cui sempre si farà riferimento, indipendente dal potere politico, radicato unicamente nel dono divino e tuttavia sempre dubbioso, tormentato e incerto (come siamo sempre tutti…).

Il nome divino di Dio meriterebbe da solo una serata… limitiamoci ad entrare nella lettura con due indicazioni importanti: il senso del nome espresso al v. 14 e il legame tra il Dio dei padri e il Dio che si manifesta al v. 15. Sul v. 14, il nome di Dio, “Io sono colui che sono”, è anche traducibile come “Io sarò quello che ero”, “Io sono quello che sono stato”: in pratica il nome dice che Dio è sempre stato, è sempre presente e sempre ci sarà, che Dio supera il tempo, essendone il creatore; inoltre la rivelazione del nome è progressiva: “Io sarò con te” v. 12, “Il Dio dei vostri padri” v.13, “Io sono colui che sono” v.14, intendendo che Dio attende il nostro progressivo avvicinarci a lui nelle fede; Dio dei vostri padri segue la promessa di essere sempre con noi, fondando la continuità tra i patriarchi e Mosè e tra Mosè e noi: il dono del nome lega il popolo a Dio, apre a tutte le successive future manifestazioni della sua azione salvifica. Il nome non deve diventare un possesso metafisico, ma un invito a fare memoria dell’evento di grazia, perché “chiunque invocherà il nome di Yhwh sarà salvato” (Gl 3,5).

Nei vv.3,16-4,18 vediamo la creazione di Mosè come profeta; si ripete l’invio del v.10 ,“Va!” e Mosè obietta ancora due volte (v. 1 e 10). Da qui si aprirà il discorso dei segni, cui dobbiamo accostarci senza cercare di stabilire significati analogici, ma piuttosto concentrandosi sulla iniziativa gratuita di dialogo di Dio con Mosè: Mosè viene cercato da Dio con pazienza, viene condotto in un dialogo lungo e sincero che fa emergere tutte le sue obiezioni. È un dialogo possibile (e credibile)perché Dio è appassionatamente interessato a noi (a noi, perché estende il suo aiuto ad Aronne, perché invita gli anziani, depositari della storia, della autorità e del diritto; ). Le parole che Dio esprime su quello che accadrà non vanno intese come previsioni che rendono il popolo certo dell’esito e che quindi sono alla base della fede del popolo di Israele; sono piuttosto espressione di fede etnocentrica, per cui il proprio dio è il dio vincitore delle contese e ciò si comprende fin da subito, dalla descrizione che ne è data. Nella mentalità dei popoli antichi, israeliti compresi, il vincitore di ogni contesa ha il dio più forte dalla sua parte e ciò è comprensibile proprio dall’esito di vittoria: quel dio verrà descritto quindi, fin dall’inizio, come preveniente, forte e vittorioso. L’accento per capire, da nostro punto di vista, per nulla etnocentrico, va posto sulla fede degli israeliti rispetto al fatto che Dio potrà parlare al cuore degli egizi, fino a convincere da ultimo il faraone (tutto è già anticipato nei vv.21-23: Dio, che convince gli altri popoli, è davvero Dio che può parlare a tutti e compiere la propria opera).

È particolarmente importante che Dio possa convincere gli altri popoli perché al 4,1 Mosè esprime subito dubbi sul fatto che il popolo stesso lo ascolterà… Sembra molto più facile il dialogo con Dio! Il mistero del rifiuto e della incredulità permane tale come allora, se noi pensiamo alla venuta di Gesù; tuttavia qui il dubbio di Mosè è preso sul serio da Dio, che gli pone in mano il bastone. Non come segno di concorrenza con la magia egiziana (Mosè ne è spaventato, v.3), ma come segno del pastore, per la guida e la difesa del gregge, per appoggiarsi e camminare. È il segno della azione di Dio, messo nelle mani del profeta, che mostra come Dio sottometta tutte le forze della natura, anche quelle ambigue e negative del serpente. La mano malata che guarisce è segno che Dio da, oltre al bastone, a Mosè per guidare la liberazione: la mano è simbolo della azione intelligente dell’uomo, malata è inattività, paralisi; guarita è potere concesso da Dio sulla storia. Da qui è possibile passare a comprendere la ultima obiezione di Mosè (quella del v. 13 è proprio un no, seppur espresso con rispetto!), sulla sua capacità di parola. È davvero la parola umana quella importante per il compito profetico? Certo che no, perché l’unica parola che ha forza creatrice è quella di Dio… il compito profetico non è una trasmissione esteticamente bella del messaggio, ma è solo Dio che rende pronti, che da la bocca, le parole, la mano e il bastone. L’accompagnamento di Aronne a Mosè segna la legittimazione della classe sacerdotale come compito della parola, dove Mosè ha invece il compito della azione. L’incarico ai due fratelli segna la unità tra profezia e sacerdozio al momento della nascita del popolo di Dio: anche la collera di Dio si esprime dando a Mosè un aiuto che possa essere per lui gioia… il fratello Aronne. Quanto la condizione di fratellanza sia alla base di ogni nascita di un popolo lo vedremo anche in Genesi, ma quanto diverso è partire da una fratellanza che fa gioire, nella lettura della Bibbia!

4,18-31: la risposta di Mosè

Questo brano conclude il passo e precisa alcuni temi già trattati: il senso della missione di Mosè, il ruolo di Aronne, il senso della primogenitura come appartenente a Dio. Questo ultimo tema, la primogenitura, merita una precisazione: nella cultura israelita, il primogenito appartiene di diritto a Dio, perché è la trasposizione del segno della elezione nella logica familiare. La elezione è la scelta che Dio compie per un popolo, per mostrare in quel popolo, in modo umanamente comprensibile a tutti, il suo amore: Esodo è la storia di Dio, che riconosce in Israele il suo primogenito, da liberare dalla schiavitù; in questo senso si spiega il rito della circoncisione del figlio di Mosè (senza la circoncisione nessun israelita ha contratto alleanza con Dio… nel nostro linguaggio stringiamo alleanza, in ebraico la alleanza è taglio, passare in mezzo, dividere ciò che Dio ha donato tra noi e Lui).


[1] Michelangelo Priotto, “Esodo”, Edizioni Paoline, 2014, Milano.

[2] A. Lacocque, “Le devenir de Dieu”,EditionsUniversitaires, Parigi, pag.83.

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