Giuditta, una credente che sconfigge il male[1]

Questo libro condivide, come abbiamo detto, con il Libro di Ester e il Libro di Tobia la stessa storia di inserimento nella Bibbia, in cui ha prevalso il sensus fidei del popolo di Dio!

Il testo del Libro di Giuditta, che noi leggiamo oggi, è la traduzione/trascrizione, fatta da san Girolamo, traducendo e unendo due preesistenti traduzione (latina) e perifrasi (aramaica), che si riferivano entrambi ad un originale ebraico, andato perduto, probabilmente già all’epoca di Girolamo (altrimenti ce ne avrebbe parlato…! Era un Padre della Chiesa molto dotto e preciso, vissuto circa 350 anni dopo Cristo). La aderenza del testo alla versione perduta è attestata anche dalle altre versioni di riferimento per le traduzioni attuali, la Septuaginta e il Testo Masoretico ebraico[2]. Il Libro è entrato nel Canone delle Sacre Scritture durante l’epoca patristica (300-400 d.C.) ma divenne subito letto e utilizzato, perché il senso della fede del popolo cristiano lo ritenne ispirato. Con il libro di Ester condivide anche il canone letterario: non siamo di fronte ad una opera storica e non troveremo traccia della città di Betulia nella mappa della Terra santa: l’intento è narrativo, lo spunto emerge sicuramente da fatti accaduti, ma la storia narrata ha lo scopo di mediare un messaggio, che noi cercheremo di comprendere; il periodo in cui il testo viene scritto è la metà del II secolo a.C., nel clima di fervore nazionalista contro il governo dei Maccabei, che era portatore della cultura ellenista… E Betulia è rappresentazione del popolo ebraico assediato dall’ellenismo.

Per il popolo ebraico, l’ellenismo rappresentava una minaccia, in quanto cultura sincretica che univa mondo greco e mondo persiano-orientale, cultura che agisce infiltrandosi nella cultura di origine, agendo come una promanazione letteraria, filosofica, non oppressiva, che mette l’uomo al centro e non oppone altri dei in modo netto. Al popolo ebraico mancava una tradizione, letteraria o artistica e l’incontro con questa cultura è affascinante… Fino al punto da insinuarsi nel mondo ebraico e richiedere una risposta, con questo libro! L’epoca è comunque difficile, il popolo ebraico deve seguire la apertura di Rut oppure la chiusura di Giuditta? Entrambi i libri propongono una risposta, solo apparentemente diversa… Il popolo ebraico trova in questo libro un esempio letterario di racconto, dove il più piccolo, inutile e inoffensivo membro del popolo diventa decisivo…

Vediamo chi era Giuditta! Partiamo dal cap.8: Giuditta era bella e ricca, ma vedova e senza figli, il che voleva dire inutile, nella cultura israelita del tempo. Alla città di Betulia mancano solo 5 giorni di assedio e poi gli anziani vogliono consegnarla ai nemici assiri: è qui che lei interviene, ricordando la vicinanza del popolo a Dio, che non verrà per questo abbandonato… E’ nella prova che si vede la fedeltà (cap.8, 26). Il cap. 9 è tutto dedicato alla preghiera di Giuditta e lei si rivolge al Dio degli ultimi (cap. 9, 11), che renderà la sua parola un flagello per i nemici… Ricordiamo l’intento letterario del brano, sconfiggere l’ellenismo sul suo stesso terreno culturale della narrazione: noi qui vediamo un credente che lotta per la sua fede, non una donna che uccide un uomo, oppure una azione spionistica militare… Teniamo sempre bene presente questo, per comprendere il brano!

Se Rut ci ha fatto fare un percorso narrativo a spirale, dove l’abbraccio di Dio ci circonda, Giuditta ci fa percorrere una discesa, che inizia con il suo pregare prostrata a terra, rendendosi umile (cap.9,1), con il suo abbigliarsi di ricche vesti e ornamenti, scendendo dalla città, fino alla vallata dell’assedio: la bellezza, la ricchezza, le sue parole, tutto è in lei è gesto di lotta contro il nemico dell’assedio culturale. Sono gesti di cui il nemico assiro è in grado di valutare la pericolosità (cap 10, 18) e che, nonostante ciò, lo abbagliano: il discorso di Giuditta (cap.11) non contiene menzogne e ottiene perfino di poter pregare e mangiare il suo cibo per 3 giorni, stando nella sua tenda (cap. 12: la descrizione dei 3 giorni è chiaramente un percorso di purificazione e preghiera) e uscendo tutte le mattine all’alba, con la bisaccia dei vestiti e dei viveri. Quando Oloferne cerca di sedurla, lei mangia e beve con lui, ma i cibi puri, dopo il digiuno, rafforzano lei, tanto quanto il bere indebolisce Oloferne: il mantenersi saldi nei costumi della fede rafforza Giuditta, quanto lo stesso costume ellenista ha in sé il germe della corruzione. La azione stessa della uccisione di Oloferne è preceduta da tre preghiere (cap. 12, 18; cap.13, v.4-7), il che è difficilmente credibile in un contesto realistico, ma è molto coerente con una azione che è compimento della lotta del credente per la fede, che allontana la tentazione, la stacca da sé: l’omicidio è il distacco totale dal peccato. La uscita dalla tenda è di nuovo azione coerente con le preghiere dei giorni precedenti e nessuno la ferma: pensiamo al valore di fascinazione narrativa che ha sugli ascoltatori, una donna debole riesce nella impresa più valorosa, per la sua fede in Dio, pregandoOgni credente trova forza da questo racconto per la sua personale battaglia contro il male.

E dopo la discesa, inizia la risalita verso la città di Betulia, all’alba del 5° giorno: il giorno in cui i sacerdoti, per paura e scarsa fiducia in Dio, volevano consegnare la città, diventa il giorno della vittoria; tutti i racconti di saccheggio e guerra indicano la piena e totale vittoria della fede sulla tentazione sincretica. Leggere da parte nostra questi racconti con sguardo militaresco non renderebbe giustizia al testo: nel racconto stesso, Giuditta riceve le ricchezze del saccheggio e le suddivide con tutte le donne, il che indica condivisione della sua forza con tutte loro, in quanto deboli, e non desiderio di arricchimento…

La salita di Giuditta continua, fino alla sua morte e oltre: visse a lungo, pur non avendo figli, onorata ed amata come se avesse dato vita a tutto Israele… Perché così era stato! Aveva dato loro la vita della fede in Dio, non abbandonandosi alla disperazione, unica nella città, quando volevano consegnarsi; gli aveva dato la salvezza della fede, contro il nemico che li assediava nella fede da molto vicino; e riceve da Dio la lunghezza della vita dei patriarchi. In più (cap 16.25), il suo ricordo pone il popolo di Israele al sicuro, perché chi si ricorda di lei, teme la fede israelita. È una salita che la porta vicino a Dio, dopo la sua morte.

E siccome i nomi e i numeri non sono mai casuali nei tesi biblici… Giuditta significa la Giudea, che può indicare la donna giudea, ma anche la Giudea come nazione…Tutto il popolo combatte la tentazione del male e vince, in lei. In più noi ricordiamo come i 40 anni nel deserto, i 40 giorni di purificazione di Gesù, siano tutte indicazioni di intervento divino nella storia dell’uomo: Dio è lì presente per attuare la nostra salvezza. Vediamo il dettaglio temporale; al cap. 7,20 ci viene raccontato dei giorni di assedio, 34 in tutto; segue la ribellione a Ozia per la sua resistenza agli assiri, non sarebbe meglio consegnarsi? Ozia ottiene dal popolo un rinvio di 5 giorni: passati questi, se nulla accadrà e Dio non interverrà, Ozia consegnerà la città (7,30-31). Giuditta (cap. 8,32-34) si offre di andare; entra nell’accampamento assiro al 35° giorno di assedio; fino al 38° giorno rimane lì, pregando e purificandosi; si prepara al banchetto di Oloferne nel 39° giorno e all’alba del 5° giorno nell’accampamento, ritorna alla città di Betulia…  ma è anche l’alba del 40° giorno! Dio è intervenuto a prendersi cura di noi… allora come oggi!


[1] Sono debitrice per queste riflessioni al corso di Libri storico-profetici tenuto da don Michelangelo Priotto nell’a.a. 2010-2011 presso l’Istituto di Scienze Religiose di Fossano.

[2] Il Testo Masoretico ebraico (mesoràh significa trasmettere una tradizione) è la versione ebraica della Bibbia, in uso ancora oggi tra gli Ebrei; composta dal gruppo dei Masoreti, una comunità di scribi simile agli Esseni, tra il I e il X secolo d.C., trova la sua garanzia di veridicità del testo, identico ai manoscritti di Qumram, datati a inizio I secolo. La Septuaginta, detta anche la LXX, è la traduzione greca della Bibbia, tradotta nella metà del I secolo a.C. da un gruppo di sapienti ebrei.

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