Strindberg era nato in una famiglia luterana, che seguiva la spiritualità pietista, che cercava di rendere meno rigido il dettame luterano; autore molto prolifico, la sua produzione letteraria in testi teatrali, romanzi, racconti, articoli giornalistici e saggistica occupa più di 50 volumi; ebbe una vita molto avventurosa, sposato tre volte, padre di 5 figli, abitò in diverse città europee, oltre a Stoccolma, dove morì; sostenne le lotte della classe operaia, cui sentiva di appartenere (perché figlio di una cameriera); visse un periodo di profonda crisi spirituale, che lo portò a indagare profondamente in se stesso in merito alla fede e alla relazione personale con il divino.
Forse che sia questo il soggetto indagato, la creazione? O restituirci il tocco propriamente divino della creazione? Oppure cercare di indagare il mistero del mondo in cui viviamo, che non è frutto della nostra opera umana? Strindberg indaga con un costrutto del tutto umano, la pittura e lo stile interpretativo, che risente dell’impressionismo ultima maniera, questo dilemma secondo me in questi quadri.
Teniamo conto che Strindberg di solito scriveva… E tutti noi, avendo dovuto scrivere un testo, sappiamo quanto sia difficile sistemare le parole per dire esattamente quello che volevamo, specie se cerchiamo di esprimere una percezione come quella del divino oltre noi stessi, come sembra fare qui Strindberg… Credo che trovasse la pittura rilassante, per quanto è più semplice della scrittura in questo senso!
Questi quadri mi fanno pensare al trascendente, ad un confine liminale tra l’umano e Dio, un punto di incontro, dove Dio dà la libertà di apprezzare la creazione e come creatura riesco a coglierne per un attimo, in un tratto, la presenza divina. Non si riesce a comprendere nel quadro la pennellata esatta, il punto del quadro dove questo accada, però è sempre difficile coglierlo, perfino nella nostra vita. Ripensate a momenti simili. Provate a descriverli. Ci mancano le parole. Riguardate il quadro. Anche per questo apprezzo davvero il tentativo di Strindberg, provare a condividere con noi quel suo intuire, cogliere, mai come possesso, la presenza divina.
Ero ancora lì sulla sedia e dopo la veduta marina, avevo cominciato a guardare meglio la veduta alpina. Essendo io credente, ho avuto questa percezione. Credo che per un non credente, ci sia la percezione di un mistero originario rispetto al mondo in cui si vive.
In più, questa visione, mi rimanda alla idea che Dio sia in ogni momento della creazione. Non soltanto nel passato, ma in ogni momento, anche adesso. Come se la creazione ricevesse continuamente il sostegno creativo di Dio… Perché, diciamocelo, noi facciamo tante cose alla creazione, ma non sono propriamente di sostegno. Strindberg chiaramente ci credeva, se prova a dipingere proprio quel momento. Guardate la veduta alpina. Le montagne sembrano galleggiare nelle nuvole. Come se ci mancasse la via di accesso alla vetta. Sicuramente ricordate tutta la storia epica dell’alpinismo, in cui si cercava di conquistare le vette, come rivincita sulla loro inviolabilità, ritenuta divina. Come se Dio fosse geloso di quelle bellezze e ce le rendesse inaccessibili, avendole create alte e pericolose. La montagna è sempre stata una allocazione ideale per il divino, in tutte le fedi, perché la irraggiungibilità è una caratteristica facilmente riferibile a Dio, specialmente da coloro che considerano Dio geloso. La irraggiungibilità di Dio è una percezione comprensibile nella ottica creaturale: da quale altro punto di vista, potremmo noi considerare Dio, se non questo? È proprio della nostra percezione comprendere la impossibilità di essere noi i creatori e quindi la irraggiungibilità di Dio, in questo. È una montagna di cui non vediamo la via di accesso, ma la vediamo, possiamo percepirla e anche ritrovandoci lì sopra continuare a non avere la contezza di tutto ciò che abbiamo intorno. A me capita, tornando da una camminata in montagna, di non rendermi conto della distanza percorsa e di trovare il ritorno più lungo della salita, sebben più breve nel tempo. Chiaramente i miei sensi umani non comprendono il tutto della creazione che mi circonda. Noi siamo umani, la sensazione è percepire il divino, in tutta la distanza tra la creazione che ci circonda e la nostra sensibilità, limitata.
Anche la sedia studiata per la contemplazione cominciava a sembrami scomoda, ma c’era ancora un quadro, la strada con gli alberi, posta in mezzo ai due paesaggi. Non a caso mi sentivo scomoda, il terzo quadro è proprio quello, avrei capito svolgendo fino in fondo la mia riflessione, quello decisivo. Mi sono detta, sono un po’ a disagio, perché lì? Non è un quadro di natura. Che cosa c’entra? Volevo alzarmi, ma dato che ero molto stanca da tutta la giornata, ma sono rimasta lì, davanti alla veduta della via, che, mi sono detta, forse è più semplice da capire. E ho fatto bene (segue).