Sapienza è… l’amore di Dio che si rende presente!

Il sassolino teologico di oggi è… Il Libro della Sapienza! E, con il sassolino, avete trovato…

  • una (breve!) analisi del libro… Ovviamente!
  • il legame tra Gesù e la Sapienza, come compimento delle profezie dell’Antico Testamento… e non solo!

Long reading, mettetevi comodi! Riflessioni liberamente tratte dagli appunti delle lezioni del prof. don Michelangelo Priotto, presso l’Issr di Fossano, (a.a.2011/2012)

Questo libro ci viene tramandato in una ottima edizione critica (realizzata da Ziegler) sulla base della tradizione manoscritta greca dei codici del IV secolo (i Codici Vaticano, Sinaitico e Alessandrino). Questo testo è uno dei pochissimi, in tutta la Bibbia, ad essere scritto originariamente in greco (come il secondo Libro dei Maccabei e in parte Baruc). Alcuni autori hanno analizzato la ipotesi di un originale ebraico o semitico: è una tesi poco sostenibile, considerato lo studio del vocabolario, delle figure retoriche, elementi tipici della lingua greca. Il libro è spesso denominato Sophia Solomonos, Sapientia Salomonis o Liber sapientiae Salomonis. Oggi la maggioranza degli studiosi concorda sull’unità dell’opera, sia per redazione sia per composizione letteraria: le fonti erano varie, ma l’autore le ha unite in una unità organica, marcata dalla propria personalità.

Ricerchiamo gli indizi che ci facciano comprendere come l’autore abbia organizzato la narrazione; il libro di Sapienza è molto ricco di indizi, proprio per la articolazione profonda data dall’autore. Vediamo la struttura:

  1. La vita umana e il giudizio escatologico; v.1,1-6,21;
  2. Elogio della Sapienza (6,22-9.18);
  3. La Sapienza nella storia (10,1-19,22);

La prima parte illustra l’antico e difficile rapporto tra giusti ed empi, dove si pone la attenzione sulla solo apparente riuscita degli empi sul piano concreto della esistenza terrena; se si allarga l’orizzonte fino alla immortalità promessa ai giusti e al giudizio finale, la situazione appare capovolta.

La seconda parte, centrale nel libro, è dedicata all’elogio della Sapienza: l’autore racconta che ricerca e realizzazione della giustizia non sono un compito umano, ma un dono che riceviamo dall’alto, il frutto del dono della Sapienza. L’autore tesse l’elogio della Sapienza e invita a perseguirla sempre con la preghiera.

Nella ultima parte l’autore offre una sintesi della storia salvifica, che è opera della stessa Sapienza. La opera salvifica è passata in rassegna da Adamo fino a Mosè e, in una sezione, la attenzione si focalizza sul periodo dell’Esodo.

Gli indizi letterari mostrano una struttura concettuale molto coerente: grazie alla Sapienza, il fallimento del giusto verso gli empi è solo provvisorio e apparente, perché si è in attesa della vittoria finale e già nello svolgimento della storia della salvezza si può vedere la vittoria dei giusti. Il giudizio storico è già figura e anticipazione del giudizio escatologico e può fondare la speranza della comunità credente giudaica.

Il genere letterario è il genere dimostrativo o epidittico, uno dei tre generi della retorica greca, che, nella forma di encomio, si propone di mettere in luce virtù e doti dell’oggetto della narrazione. Lo schema non è rigoroso, ma deve mettere in luce la origine della virtù, la natura della virtù e la opere virtuose: l’encomio centrale è posto ai vv.6,22-9,18. E’ tuttavia un encomio non soggetto a modelli classici, greci e latini, ma con caratteristiche non trasferibili, con un profondo spirito religioso.

Anche se i vv. 6-9 attribuiscono il libro a Salomone, ma il nome non compare mai esplicitamente; la allusione a Salomone è una attribuzione di pseudoepigrafia, fondata sulla tradizione biblico-giudaica, che trova nel re israelita il saggio per eccellenza e alla cui autorità è fondata la letteratura sapienziale. L’intento dell’autore è di conferire al suo scritto una autorità incontestabile; non abbiamo notizie più precise sull’autore: potrebbe trattarsi di un giudeo profondamente religioso, verosimilmente appartenente alla comunità giudaica di Alessandria di Egitto, conoscitore della cultura greca e aperto al dialogo con la comunità ellenistico-alessandrina, animato dal desiderio di proporre la autentica tradizione di padri.

I destinatari sono i correligionari giudei dell’autore, il mondo pagano di Alessandria, ma anche gli empi, per mettere in guardia dai pericoli di un ateismo strisciante e di un edonismo velato di tristezza. La epoca di composizione è verosimilmente quella della occupazione romanda dell’Egitto da parte di Augusto, quindi intorno all’anno 30 a.C.

E il legame con Gesù? Teologicamente, la figura della Sapienza è portatrice del messaggio di comunione personale con Dio (v. 5,15) e di rifiuto totale della idolatria (cap. 13-15); a partire da qui, possiamo iniziare ad approfondire la relazione tra Sapienza e Gesù Cristo.

I testi del Vangelo, anche ad una panoramica rapida, presentano moltissimi accenni alla sapienza di Gesù: ci sono comparazioni tra la sapienza di Gesù e quella di Salomone (Mt 12,42 e Lc 11,31, le persone sono meravigliate dalla sua sapienza (Mt 13,54 e Mc 6,2).  Un passaggio parallelo tra Luca e Matteo (qui sotto riportato) mostra la riflessione dei credenti che avanza nella comprensione di Gesù: dove Luca (v.11,49) riprende le parole di Geremia in v. 7,25, che Gesù pronuncia, Matteo scrive (v.23,34), nel discorso diretto di Gesù, “ma io vi dico”, dove appare chiaro che la Sapienza di Dio si è incarnata in Gesù Cristo, nella comprensione dell’evangelista e così viene trasmessa a tutti noi lettori dei Vangeli.

Potremmo infine concentrarci sulla espressione parallela in Matteo e Luca: “la Sapienza è stata riconosciuta giusta dalle sue opere/dai suoi figli” (Mt 11,19; Lc 7,35). Gesù usa questa espressione per concludere momenti in cui i suoi contemporanei non sanno comprendere il modo in cui Dio vuole rendersi presente in mezzo a loro… la sapienza di Dio è in Gesù Cristo, ed è una sapienza accessibile per fede, non per intelletto o ragionamento o calcolo: per questo, spiegherà Paolo, Gesù è scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani. Se non ti riconosci figlio, se non riconosci le opere, il tentativo sarà sempre cercare un dio comprensibile in tutto all’uomo, del tutto conoscibile, di cui sia possibile comprendere interamente la sapienza, per aderire per puro atto di conoscenza o convenienza (e sarà sempre un tentativo fallito!).

La sapienza cristiana può quindi essere solo una sapienza pasquale, che passa attraverso la stoltezza e lo scandalo, attraverso il mistero della Resurrezione, oltre una pura comprensione intellettuale. Possiamo comprendere questa sapienza di Gesù solo attraverso i piccoli momenti di sapienza della nostra vita, quando ci riconosciamo figli e percepiamo, nelle nostre vite, il realizzarsi dell’amore del Padre: lì, la sapienza di Gesù invera l’Antico Testamento e da direzione alle nostre decisioni.

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