E lo Spirito Santo? Respiro di Dio!

In questi giorni ho ripensato alla domanda sullo Spirito Santo, che mi ha posto un partecipante del Gruppo biblico, che seguo da 4 anni e che ricordo in questa forma:

Lo Spirito Santo che riceviamo alla Pentecoste rimane esterno a noi oppure entra dentro di noi e noi ne siamo compartecipi? Spero di ricordare bene!

Ho pensato di ordinare la questione, secondo alcune direttive:

  • come noi comprendiamo la parola Spirito Santo? Ne scrivo oggi!
  • come opera lo Spirito Santo dentro di noi (spoiler della risposta!) e nel mondo… Ne parliamo la prossima settimana!

Fonti, san Giovanni Crisostomo, come lo ricordavo dagli appunti del corso di Patrologia (ISSR di Fossano CN, la facoltà teologica presso cui ho studiato!) Inoltre ho recuperato un libro classico della mia formazione, Il Mistero cristiano, scritto da don Natale Bussi. Oltre ovviamente al Catechismo della Chiesa cattolica!

  • come noi comprendiamo la parola Spirito Santo?

Come certamente sappiamo, Dio è operante come Padre, Figlio e Spirito fin da prima della creazione del mondo; nel suo amore ha voluto volgersi alla creazione del mondo come lo percepiamo, ma c’è da ritenere, per l’infinità dell’opera creata e per la capacità di comprensione che ci ha donato, che ci sia sempre stato, al di là della nostra percezione, legata allo spazio e al tempo. Essendo operante come Trinità, fin dai primordi che conosciamo, Dio è relazionale, al suo interno; da questa relazionalità interiore della Trinità, possiamo comprendere come la nostra fede in Dio sia intrinsecamente relazionale, per come Lui stesso ce la comunica.

Inevitabilmente utilizziamo categorie umane, paternità e filialità, per esprimere l’amore più grande che ci genera, perché il mistero di Dio non ci è interamente comprensibile (quando riceviamo un gesto di amore o se vi assistiamo, percepiamo un raggio di quel mistero…). Le categorie umane hanno unicamente il compito di aiutare la comprensione nel senso della relazione di amore gratuito di Dio per noi, non di porsi a paragone o (in tristi casi) peggiorare la comprensione di questo amore, perché gli umani esempi hanno ferito la sensibilità. Bisogna fare attenzione alle categorie umane, perché rappresentano un modo a noi comprensibile di approcciare l’amore di Dio, ma non sono LA risposta su come comprendere nella sua totalità questo amore. Se comprendiamo queste categorie come LA risposta, inciampiamo nel sempiterno peccato di presunzione verso Dio, nel pensare che basti la conoscenza per comprendere il mistero di Dio… 

Non a caso quindi, quando parliamo di Dio padre e di Gesù suo figlio, abbiamo meno problemi (apparentemente!) di comprensione: ci sembra che tutto rientri in categorie conosciute, che sia più facilmente comprensibile… E invece lo Spirito, come categorizzarlo? Considerate le difficoltà e i rischi che le categorie pongono, proverei a procedere per significati: che cosa significa Spirito? Quale era la parola ebraica e quella greca utilizzata per indicarlo e come rispondeva alla comprensione del tempo? Come il termine che utilizziamo oggi risponde alla nostra sensibilità di comprensione?

Il termine ebraico utilizzato è ruach[1], che significa respiro, soffio, vento. Il respiro è il dono con cui l’adamà, ciò che è fatto di terra, riceve la vita da Dio. In questo termine, respiro, ci sono moltissimi riferimenti alla vita che si manifesta e finisce (il primo vagito del bambino e l’ultimo respiro emesso…). In un mondo in cui la presenza di Dio è detta con la parola respiro, la concezione di Dio è contemporaneamente più vicina, più inattesa e percepita, come continuo dono gratuito (il respiro ci fa sentire e ci tiene in vita, ma raramente ci pensiamo… Se non quando manca!). Non diversamente, in greco la parola utilizzata è pneuma, che significa soffio, vento, profumo, respiro; soltanto per traduzioni del Nuovo Testamento, viene indicato come significato possibile spirito, come soffio, vento, profumo, respiro di cui non percepisci l’origine. Nella comprensione del tempo, la parola utilizzata reinviava, come senso, al respiro che da la vita, che è dono di Dio, di cui non conosci la origine con i tuoi sensi, ma ne puoi percepire la presenza. Veniva aggiunta anche la specificazione “di Dio”, come complemento di origine, che poi nella nostra traduzione è divenuto santo.  Ci rendiamo perfettamente conto che pensare i termini ruach/pneuma come respiro di Dio, soffio di Dio cambia la nostra percezione della terza persona della Trinità: quello che noi indichiamo come Spirito, era concepibile in passato, usando quei termini, come forza presente nel nostro mondo, come presenza che da la vita, come vento che spinge verso il bene, come soffio che ci sussurra la giusta direzione.

Oggi noi diciamo Spirito Santo; preliminarmente dobbiamo dire che abbiamo perso con l’aggettivo “santo” il senso della origine che la accezione “di Dio” conteneva. Propriamente, sullo Spirito, che senso ha per noi oggi dire spirito? Il dizionario (Devoto Oli, nel mio caso) mi risponde con: realtà immateriale configurabile come entità superiore o trascendente o come principio, immanente all’uomo, della vita morale, religiosa e intellettuale. Una definizione che ci potrebbe sembrare appropriata… Ed invece è completamente diversa da quella proposta dal Catechismo della Chiesa cattolica[2]! Ovviamente, si potrà obiettare: il vocabolario spiega che cosa si intende comunemente per spirito e il Catechismo spiega lo Spirito Santo, ovvio che siano diverse. Giusto, resta il fatto che la nostra comprensione di Spirito Santo è costituita prima di tutto dalla definizione di spirito del vocabolario e solo dopo aggiungiamo (quando va bene, quando vogliamo approfondire) la conoscenza del Catechismo, che ci ricorda:

Credere nello Spirito Santo significa dunque professare che lo Spirito Santo è una delle Persone della Santa Trinità, consostanziale al Padre e al Figlio, «con il Padre e il Figlio adorato e glorificato». Per questo motivo si è trattato del mistero divino dello Spirito Santo nella «teologia» trinitaria. Qui, dunque, si considererà lo Spirito Santo solo nell’«economia» divina.

In termini di comprensione, indubbiamente, la definizione del vocabolario è più semplice e immediata (il vocabolario fa il suo lavoro!) e risponde ad una sua linea filosofica (Idealismo hegeliano). Non contribuisce però a spiegarmi lo Spirito Santo, in nessuna direzione utile. Noi viviamo, come tutti i credenti, immersi nel nostro mondo di parole e significati: quando il Cristianesimo è nato, ha individuato nelle lingue parlate i termini più adatti per spiegare ciò che era esperienza di vita dei cristiani e funzionavano bene (considerato che funzionano ancora oggi per noi: credo che già se dicessimo Respiro di Dio, avremmo una comprensione diversa…). Oggi noi ci troviamo a fare i conti con secoli di stratificazione filosofica sui contenuti del Cristianesimo, che potrebbero avere piegato la comprensione di questi stessi contenuti in direzioni che non erano e non sono cristiane. In aggiunta, spesso non siamo preparati a riconoscere le direzioni che le parole hanno preso e non siamo formati nei contenuti della fede. Ecco perché se diciamo Spirito Santo, la prima cosa che ci viene in mente è lo spirito come realtà immateriale… Il che però ci svia dal comprendere lo Spirito Santo e la sua opera nel nostro mondo[3], come ben spiega il Catechismo.


[1] E’ attestato come Spirito del santo in 4 versetti dell’Antico Testamento (Gn 2, 7; 1Re 19, 11; Is 11, 2-3; Zc 4, 6) e da noi poi tradotto come Spirito Santo.

[2] http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p1s2c3_it.htm  Catechismo della Chiesa cattolica. Questo è il link all’indice del Catechismo, http://www.vatican.va/archive/catechism_it/index_it.htm per incuriosirsi e imparare altro…! Ultima visita 1 gennaio 2021.

[3]http://www.vatican.va/archive/catechism_it/p1s2c3a8_it.htm#I.%20La%20missione%20congiunta%20del%20Figlio%20e%20dello%20Spirito Ultima visita 1 gennaio 2021.

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