Il Comandamento dell’amore, secondo san Paolo, 2 parte

La rilettura di Lutero lasciava in ambiguità che cosa dovessero essere considerate opere della Legge: il sostegno politico dato dai principi tedeschi alla sua opposizione alla chiesa di Roma gli concedeva di precisare che le “opere della Legge” fossero il pagamento delle indulgenze o delle tasse alla Chiesa di Roma, ma non di escludere che fossero anche le servitù dovute ai principi tedeschi… Si limitava a sottolineare che le opere non salvano, in pieno accordo teologico con Paolo, e tutti i principi e il popolo da loro indottrinato traevano conseguenze sul comportamento da tenere; questo comportamento, Lutero non lo poteva sconfessare dal suo nascondimento nel castello del principe Federico, pena la perdita della protezione (e la necessaria pace per la traduzione in tedesco della Bibbia).

Ulteriore esempio, la rilettura di Calvino, che ha ampliato il concetto di giustificazione fino al concetto di predestinazione: se soltanto la fede in Gesù Cristo mi può salvare, a che servono le opere buone? In fondo solo Dio sa se ho fede e se sarò salvato: chi si salva è predestinato da Dio che gli dona la fede. Il che, si comprende bene, esclude la dimensione universale dell’amore del prossimo, come inverata da Gesù Cristo con la sua predicazione, morte e resurrezione: chi non è predestinato, non sembra certo amato, anche da Dio stesso.

Che cosa intendeva allora Paolo per “opere della Legge”? Dato che anche noi vogliamo essere in accordo teologico con Paolo e con Gesù Cristo che ha ispirato la sua interpretazione, per capire ritorniamo alla comunità dei Galati: dopo la predicazione di Paolo, la comunità dei Galati aveva ricevuto la visita missionaria di un gruppo di giudei cristiani che aveva predicato la necessità di seguire le opere della Legge ebraica, per essere veri credenti in Cristo (tra queste opere, la circoncisione). Paolo, che aveva già discusso sull’argomento con Pietro e la comunità di Gerusalemme (2,11), e pur dichiarandosi contrario alla circoncisione, non era stato impedito da Pietro stesso nei suoi viaggi apostolici (v.2,10). Pietro lo aveva esortato a proseguire (ricordandosi sempre dei poveri! Paolo è molto veemente con i Galati, che si sono fatti ingannare: fa una rigorosa spiegazione sul ruolo della Legge (cap. 3) che ci aiuta a riconoscere il peccato, ma non è salvifica. Per “opere della Legge” Paolo intende l’ottemperanza ai precetti della purità, tra cui la circoncisione e molti altri: il rispetto di questi precetti però non ha mai potuto essere valido, perché sempre è stato sempre preceduto dalla promessa di Dio ad Abramo, ora confermata in Gesù Cristo. Paolo arriva ad ammettere che la Legge è stata data per la nostra trasgressione, per mostrarci il peccato e questo è il suo unico compito. Per essere salvati, per vincere il peccato, non bastano le “opere della Legge”, serve solo la fede in Gesù Cristo che è “operosa mediante per mezzo della carità” (v.5,6).

E quale tipo di carità renda operosa la fede, Paolo lo chiarisce subito dopo: al v. 5,14, viene ripreso il comandamento dell’amore e al v. 6,10 il richiamo a fare del bene a tutti  e soprattutto verso i fratelli. Per chiarire meglio che cosa si intende per fare del bene con la carità, Paolo introduce una delle sue contrapposizioni più conosciute, quella tra la carne e lo Spirito. Spesso questa contrapposizione è riletta come un stato di accusa di Paolo contro il corpo (chi sostiene questa ipotesi, trova conferma nell’elenco dei vv.5,19-21, dove Paolo elenca una serie di dissolutezze). Tuttavia dovremmo propendere per un’altra ipotesi, altrettanto confermata dall’elenco di dissolutezze e di virtù (v.5,21). Paolo non contrappone due facce della vita umana: per carne intende un’esistenza autoreferenziale, nella quale la persona ricerca solo il proprio potere, il proprio piacere e finisce per dissolversi in un’esistenza che muore con lui, nella carne; chi vive secondo lo Spirito prova a ricercare il bene del fratello (l’elenco è significativo di tutti i sentimenti che si possono provare verso gli altri, senza chiudersi in se stessi) e vivrà secondo lo Spirito, secondo l’amore di Dio, continuando a praticare l’amore verso il prossimo. Paolo utilizza il termine “carne” come veniva già utilizzato nell’Antico Testamento: indica l’uomo come totalità, siamo carne perché siamo nati e moriremo, perché siamo vulnerabili e capaci di amare, abbiamo bisogni e subiamo tentazioni. Essere carne non è in sé una cosa cattiva, ma è parte della natura umana dopo l’Eden: se cediamo alla tentazione di essere solo carne, lì c’è il peccato, perché non cerchiamo più di essere interi nella nostra umanità ma ci dividiamo in noi stessi per una falsa autorealizzazione. Affidarci a Dio che ci chiede di amare il prossimo è l’unico modo, secondo Paolo, per combattere il peccato, per vivere nella custodia di Dio e ritrovare ragione, forza, etica e spiritualità.

Il riferimento per questa breve riflessione, sta nel racconto di Thomas Soding, come esposto nel libro “L’amore del prossimo”, Edizioni Queriniana, Bologna, 2018. 

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