Il Comandamento dell’Amore

Inizio a pubblicare qui le riflessioni del gruppo biblico che seguo mensilmente nella mia parrocchia… I temi sono molto vari, quest’ anno ci siamo dedicati ad un’approfondimento del Comandamento dell’Amore, come vissuto da Gesù e come presentato da san Paolo; per i prossimi incontri, dal 2021 in poi, ci dedicheremo ai Libri sapienziali.

Qui troverete la prima parte dell’approfondimento del Comandamento dell’amore, secondo Gesù; prossima parte, venerdì prossimo! Buona lettura!

Gesù ha stabilito il comandamento dell’amore del prossimo, ponendo un’alta esigenza etica, che ha vissuto direttamente, includendo l’amore dei propri nemici; la sua attendibilità personale non è messa in discussione, dal resoconto evangelico. Il comandamento viene ripreso e riferito a situazioni nuove, è oggetto di riflessione teologica in parabole, diventa criterio della vita della Chiesa e movente per la organizzazione della carità. La ripresa del comandamento, sia nella tradizione sinottica, che quella giovannea, sia nelle Lettere di Paolo che nelle Lettere di Giacomo e di Pietro, fa pensare ad una intenzionale finalità con cui il Cristianesimo delle origini si ricomprende: essere la religione per cui l’amore del prossimo è un segno distintivo, un motivo per praticare la missione, un mandato per cambiare il mondo.

A titolo introduttivo, dobbiamo dire subito che Gesù non ha istituito il comandamento dell’amore a nome proprio, ma l’ha citato espressamente dall’Antico Testamento (Lv 19,18) e quindi non può essere compreso se non rapportato ad esso e al giudaismo. Inoltre il comandamento dell’amore viene espresso da Gesù non per fondare una morale cristiana speciale, anche se è distintivo del movimento di Gesù, ma per servire alla umanità, perché è istituito contro ogni settarismo. L’obiettivo è presentare l’etica del comandamento dell’amore in modo motivato, che convinca, anche oltre o anche prima della adesione di fede al Cristianesimo.

Per chiarire preliminarmente i termini del discorso, possiamo chiederci, chi è il mio prossimo? In un unico passo del Nuovo Testamento viene espressa questa domanda (Lc 10,29), da parte di un dottore della legge. È una domanda acuta e la risposta non si trova né nella etica veterostetamentaria, né in quella giudaica e in quella filosofica… ma solo nel Nuovo Testamento! Dove però la risposta eccede il prossimo e arriva fino al nemico. Ragioniamo in modo puramente etico: l’opposto dell’amore del prossimo è l’amore per chi è lontano. È un amore facile, quello per chi è lontano, può costare alcune parole e al massimo del denaro. Anche se è migliore dell’odio o della indifferenza, può essere definito al massimo come benevolenza. Insieme va valutato che il raggio di azione della buona volontà di una persona è limitato, ogni uomo conosce i suoi limiti e deve valutare le sue priorità e nessuno può amare tutti allo stesso modo. È qui che il comandamento dell’amore del prossimo prende sul serio il limite di ognuno di noi, perché mira ad una etica della vicinanza e della sostenibilità nei contatti e relazioni strette.

L’amore del prossimo esige un’etica visibile: chi ne è coinvolto deve prendere sul serio la necessità della azione e della decisione, da mettere in pratica qui e ora; rimane essenziale domandarsi come considero chi sto guardando, se è prossimo oppure no. Il nostro sguardo dovrebbe alzarsi dall’orizzonte ristretto, ma rivolgersi sempre a persone, problemi e programmi concreti. Il Nuovo Testamento dà risposte fondamentali, già impostate dall’Antico Testamento e ora contraddistinte da Gesù e messe in pratica dagli apostoli. Di fatto il comandamento dell’amore per il prossimo, per i nemici e per i fratelli, è rapportato in modo costitutivo all’amore di Dio ed è fondato in esso.

Per presentare questo comandamento, dobbiamo quindi affrontare l’argomento da due punti di vista:

  • esaminare il comandamento in rapporto all’Antico Testamento e all’etica greco-ellenistica;
  • considerare l’amore di Dio e del prossimo, nella predicazione evangelica del Vangeli sinottici;
  1. L’amore di Dio è un motivo dominante nella teologia veterotestamentaria: anche se è diffusa l’idea che il Dio dell’Antico Testamento sia il dio della vendetta e che sia stato sostituito dal Dio cristiano della grazia, si tratta di un’idea del tutto sbagliata, perché la teologia dell’amore di Dio è saldamente radicata nella Bibbia ebraica e viene affinata nella traduzione della Settanta, dove si parla della agape di Dio.

Nel libro del Deuteronomio, l’amore di Dio è un tema chiave: il discorso di Mosè, tenuto nel giorno della sua morte, sulle soglie della terra promessa, esprime l’amore di Dio soprattutto dove è necessario esortare e incoraggiare il popolo di Dio, a fronte delle sfide future. L’esodo deve essere compreso dal popolo come evento dell’amore di Dio, che tiene sempre fede alle promesse. L’amore di Dio è libero e creativo, ma non è dovuto e immeritato: richiede una risposta, che si mostra nell’obbedienza ai comandamenti, che sono la via per vivere nell’amore di Dio. È nella radice di questo amore che Dio può sopportare la infedeltà di Israele, rinnovare l’alleanza e invitare alla autocritica il popolo, rispetto alla propria infedeltà, che trova sempre perdono presso Dio; sempre secondo Dt 10,18, questo amore si estende anche a coloro che vivono da lungo tempo in terra di Israele.

Anche i Salmi mostrano che Dio, non solo non tradisce, ma richiede la risposta da parte di Israele, perché questo amore possa essere goduto appieno; ed è una risposta richiesta ai giusti, non solo al popolo come collettivo. Pregare il Dio dell’amore mette nel cuore di chi prega l’amore perché esso agisca. Anche nei Profeti, l’amore di Dio viene sempre richiamato quando è in dubbio l’appartenere alla storia della salvezza: in Isaia (41,8-9) l’amore è elezione, approvazione di Dio, che ha il suo fondamento nella fedeltà di Dio. In Geremia, l’amore è consolazione, apertura di misericordia, dentro una dolorosa sconfitta, per promettere un futuro (31,3). In Osea viene precisato che l’amore di Dio è legato all’etica: i potenti di Israele venerano Dio senza amore, in rapporto a ciò che desiderano da Dio. L’amore di Dio è persistente, duraturo, anche a fronte del tradimento (11), è più persistente di ogni peccato e in questo modo stabilisce una permanente tensione salvifica, che ci mostra nel suo riflesso, come amare gli altri.

Possiamo dire quindi che il comandamento dell’amore esprima, nella visione dell’Antico Testamento, la dimensione etica dell’amore di Dio: questo amore è molto di più di una etica, perché esprime la forza della creazione. È nel collegamento tra comandamento dell’amore e amore di Dio, così espresso, che si determina luogo e raggio di azione: è un comandamento universale, perché ha fondamento nell’universalità dell’amore di Dio. Come Dio vede tutti gli uomini come prossimo, che Egli ama, così gli uomini sono invitati a guardare agli altri come il loro prossimo, forzando l’angustia inevitabile della visione umana, per avere compassione dell’altro.

Il comandamento dell’amore che cita Gesù (Lv 19,17-18) è inserito nel centro della legge di santità (Lv 17-26) e sembra fare parte delle più antiche raccolte della Torah: qual è la connessione tra la santità di Dio e amare l’altro? È importante averlo sott’occhio, per apprezzarne tutti i significati.


17 Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello;  rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. 18 Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. Io sono il Signore.

Santo è Dio, sia perché trascendente, sia per la forza della sua giustizia e per la verità della sua Parola: il popolo eletto da Dio ha il compito di farsi determinare da questa saggezza; come popolo santo si differenzia proprio per questo amore di cui è reso partecipe e ha il compito di santificare l’amore ricevuto, con attenzione alla legge di Dio, al tenersi lontano dagli idoli e dalla ingiustizia. La santità di Dio fa nascere un popolo che sa amare (Lv 19,2): siate santi, perché io sono santo. La imitatio dei, profondamente radicata nel pensiero biblico, non deriva da una mescolanza di divino e umano, ma dalla impronta che Dio da agli uomini: chi imita Dio non lo vede come una autorità cui obbedire, ma come motivatore e soccorritore dell’uomo che si avvicina a Dio stesso. Tutti i precetti del capitolo 19 sono cultuali e etici e sono influenzati/armonizzati ad essi: tra tutti questi precetti, formulati come imperativi e come divieti, il comandamento dell’amore spicca perché è l’unico formulato positivamente.

Un inciso va dedicato al v. 19,34, dove l’intero comandamento è allargato ai forestieri, come una luce che illumina il senso di tutta la serie dei precetti ed esprime il modo chiarissimo che cosa significa santità secondo Dio… senza confini! La concezione dell’amore del prossimo non fonda una doppia morale e va compreso in senso positivo e non esclusivo. Il forestiero è una figura centrale dell’etica e dell’amministrazione della giustizia nell’Antico Testamento: non è solo lo sconosciuto da accogliere, è anche colui che non è ebreo di nascita, che vive in Israele con determinati ma limitati diritti e doveri. I forestieri sono sempre più deboli nell’esercizio dei loro diritti e i nativi potrebbero prevaricarli, ma la legge si assicura che ciò non accada. Spetta ai singoli e al clan farsi carico degli stranieri: è questo l’appello della legge di santità, che fonda una responsabilità etica oltre i confini del popolo di Dio. Va anche aggiunto che la precisazione dell’amore al forestiero viene anche maggiormente motivato, il che mostra come sia insolito e importante: il popolo di Israele ha conosciuto la condizione di straniero, con tutte le sue discriminazioni. La loro identità è caratterizzata dal fatto che sono stati stranieri: non possono solo mettersi nella condizione di forestieri, devono riconoscere nel forestiero il loro alter ego e che in quell’identità è fondato il loro essere popolo. E se si prescinde dal divieto di oppressione (v.33) non c’è nessuna concreta istruzione, escluso il principio di uguaglianza. Tutto ciò che può essere detto dell’amore verso il prossimo  vale anche per lo straniero.

Chi è quindi il prossimo? Il significato è fratello, concittadino, membro della tribù, figlio del popolo (i termini sono al maschile perché la società era strutturata in modo patriarcale; non ne consegue che l’etica fosse applicabile soltanto al maschile). Sebbene la legge di santità voglia rafforzare l’identità di Israele, l’accento qui non è posto sull’appartenza al popolo di Dio, ma sulla vicinanza. Il prossimo è colui con cui si ha a che fare o con cui si dovrebbe a che fare più di tutti: prossimo è il concittadino, il fratello, il figlio di Israele, tutti coloro che ci sono vicini, quelli con cui siamo in rapporti di cordialità, tutti quelli che sono cari a Dio ugualmente come noi. È profondamente errato parlare di limitazione nazionalistica dell’amore del prossimo nell’Antico Testamento, perché per l’antichità l’idea di nazione è priva di senso. L’etica ha un raggio di applicazione a vista, nella mentalità semita, che mantiene aperto il concetto di prossimo; di fatto il comandamento viene citato nel Nuovo Testamento e nel primo giudaismo, come massima etica, senza limitazioni di principio, con l’invito a vedere in ogni persona il prossimo. Il punto saliente da cogliere è l’inclusione di molti, non l’esclusione di altri: l’amore del prossimo è sempre concreto e ha dinanzi il prossimo non in modo generico, ma guardandolo negli occhi. La comunione del popolo amato da Dio deve essere tenuta viva con l’amore del prossimo, sempre come imitatio dei: se questo amore diventa non vincolante nel rapporto popolo-Dio, il rischio è perdere il contatto con Dio e quindi la possibilità di misericordia verso il popolo e verso tutti. Verso proprio tutti?

Il comandamento dell’amore arriva dopo una serie di ammonimenti tutti espressi con divieti, come comandamento positivo che sorregge e permea tutti gli altri precetti. I vv. 17 e 18a esprimono chiare indicazioni su come rapportarsi a sbagliati comportamenti del prossimo: vengono vietati odio, vendetta, rancore, i rimproveri solo per sollecitare cambiamenti. Ne consegue che, secondo Lv 19,18, l’amore del prossimo è in sostanza amore verso il proprio nemico: anche se a noi, nel segno della santità di Dio, verrebbe da pensare che la distruzione del peccatore sia la volontà di Dio, è vero il contrario: la santità di Dio si irradia per rischiarare la tenebra, non per distruggere. Ha la forza per rimediare a ciò che è colpevolmente distrutto: questo è quello che devono fare gli israeliti. Se dovessero odiare il nemico, personale o politico, si indebolirebbe la unità del popolo e i malfattori non potrebbero mai tornare alla comunità. Se ci si vendicasse, disconosceremmo la prerogativa di Dio di perdonare e tenere uniti tutti nel suo amore. Se si rinunciasse al rimprovero fraterno, ci si dovrebbe assumere la responsabilità della condotta errata del prossimo, con il carico della colpa di non essere intervenuti. Se non si perdonasse la colpa del prossimo, serbando rancore, si ostacolerebbe un nuovo inizio, necessario per la vita della comunità. Il comandamento dell’amore del prossimo spiega come comportarsi con ingiustizie subite, con errori commessi, con i peccati accaduti, apre una via di uscita alle situazioni arenate e richiama al dovere morale chi ha subito un’ingiustizia, per una concezione attiva della santità: le vittime devono diventare attive per aiutare i colpevoli a uscire dalla colpa e non a sgravarli da essa.

Anche se in seguito, nei testi del primo giudaismo l’amore del prossimo non è visto come il comandamento più importante, viene ugualmente considerato come un comandamento importante e ha una sua rilevanza. Il fine dell’amore del prossimo è visto soprattutto come rafforzamento della comunità religiosa, definita mediante il riconoscimento e il sostegno del prossimo. Si conserva quindi il senso della missione di Israele tra tutti i popoli e dell’universalismo latente dell’amore, anche se non vanno sottaciuti gli aspetti restrittivi, presenti soprattutto nei tesi di Qumram. Per la evoluzione della etica giudaica, rimane comunque fondamentale la primaria ricezione della Bibbia, nella concezione del libro del Levitico.

Il riferimento per questa breve riflessione, sta nel racconto di Thomas Soding, come esposto nel libro “L’amore del prossimo”, Edizioni Queriniana, Bologna, 2018. 

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