Il Comandamento dell’Amore, 2 parte!

  • Come Gesù parla dell’amore di Dio e del prossimo? Che importanza ha il duplice comandamento nella predicazione di Gesù? Gesù mette al centro del suo annuncio la vicinanza del regno di Dio (Mc 1,14): ne deriva l’esigenza della conversione, della fede e della sequela, dato che Gesù mira a far cogliere la vicinanza di Dio e ad accettarla. I discepoli devono seguirlo, imparare da lui e diffondere il suo messaggio, dentro quell’ethos, che è insito nella predicazione fin dall’inizio, il modo di vivere che sta in armonia con la volontà di Dio e che rende credibile la predicazione. È per questo che il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo ha un grandissimo peso nella tradizione sinottica su Gesù.

Il Nuovo Testamento tramanda nei Vangeli sinottici il duplice comandamento in tre versioni; il confronto con le traduzioni greche può aiutarci a delineare in modo completo il profilo dell’etica di Gesù.

Vediamo le tre versioni.

Mt 22,34-40
34 Allora i farisei, avendo udito che egli aveva chiuso la bocca ai sadducei, si riunirono insieme 35 e uno di loro, un dottore della Legge, lo interrogò per metterlo alla prova: 36 “Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?”. 37 Gli rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente. 38 Questo è il grande e primo comandamento. 39 Il secondo poi è simile a quello: Amerai il tuo prossimo come te stesso. 40 Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti”.

   Lc 10, 25-28
25 Ed ecco, un dottore della Legge si alzò per metterlo alla prova e chiese: “Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”. 26 Gesù gli disse: “Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?”. 27 Costui rispose: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”.28 Gli disse: “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”.

Mc 12, 28-34
28 Allora si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: “Qual è il primo di tutti i comandamenti?”. 29 Gesù rispose: “Il primo è: Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; 30amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. 31 Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi”. 32 Lo scriba gli disse: “Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; 33 amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici”. 34 Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: “Non sei lontano dal regno di Dio”. E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo.

Questi testi costituiscono l’impalcatura fondamentale dell’etica di Gesù, che troverà poi approfondimento teologico nella tradizione del Vangelo di Giovanni. Il confronto sinottico ci riporta ad aspetti comuni fondamentali ed evidenti differenze.

Gli aspetti comuni sono numerosi e sono il nocciolo della tradizione, devono diventare i pilastri dell’interpretazione.

  • la spiegazione del duplice comandamento è sempre stato sviluppato nella forma di una disputa/dialogo tra Gesù e uno studioso della legge (dottore o scriba).
  • è sempre essenziale il riferimento alla legge, mediante la domanda iniziale posta a Gesù;
  • viene sempre citato il comandamento dell’amore di Dio (Dt 6,4) e poi il comandamento del prossimo (Lv 19,18).
  • tutte e tre le versioni del duplice comandamento prendono la Torah come base del dialogo: questo corrisponde all’ermeneutica della Scrittura, propria dei farisei. La Scrittura spiega la Scrittura e ciò rende la combinazione dei due comandamenti dell’amore possibile e sensata: è ragionevole quindi che la domanda di Gesù su quale sia il comandamento più grande rimandi alla legge. Un altro principio di comprensione della legge dice che i comandamenti abbisognano di interpretazione per poter agire nel significato attuale: il che spiegherebbe la ponderazione di Gesù nel dare una risposta che fosse la chiave ermeneutica di tutta la legge.

Collocando questo dibattito, alla luce dei dibattiti giudaici della epoca neotestamentaria, emergono due aspetti: Gesù è radicato profondamente nel giudaismo e in questo legame Gesù sviluppa un suo inconfondibile profilo. Questi due aspetti vengono tematizzati quando Gesù spiega di non essere venuto ad abolire la legge e i profeti ma di dare a essi pieno compimento, inserendosi nella storia della salvezza, andando oltre la elezione di Israele fino alla benedizione di tutti i popoli. Il fatto che Gesù affermi di dare pieno compimento, conferisce alla sua interpretazione della legge una qualità specifica, quella della realizzazione messianica della salvezza.

Vediamo nello specifico questa qualità, come spiegata da Gesù. Due cose sorprendono, che Gesù citi direttamente la Scrittura e che da qui parta per un’esplicita riflessione, perché è un passaggio di elementarizzazione (che non era assolutamente diffuso come metodo) che può portare alla piena comprensione di come sia la chiave interpretativa di tutta la legge. Il duplice comandamento dell’amore di Dio e del prossimo è fondato sull’unità e unicità di Dio, concezioni che Israele ha sempre meglio precisato in un lungo percorso di fede. Gesù ne precisa alcuni aspetti decisivi: la signoria e la paternità di Dio. Poiché Dio è unico, è signore della nostra salvezza, il suo amore è mezzo della nostra salvezza, come è annunciato da Gesù e segno della salvezza è la realizzazione del regno, che già qui e ora, con il nostro amore reciproco, inizia, come messo in pratica da Gesù stesso. La paternità di Dio, concezione profondamente veterotestamentaria, è una relazione di creazione, continua educazione e perenne amore: in Gesù la fiducia ha la coloritura dell’amore del Figlio, amore che Gesù ci mostra ed estende a noi come fratelli e non più solo creature (Mc 14,36). L’unicità e l’unità di Dio prendono forma attiva attraverso l’amore che permea la relazione con noi: ciò è possibile perché Gesù ama come insegna il duplice comandamento. È significativo che l’amore di Dio prenda posto nel cuore e nell’anima e, nei sinottici, nella mente: l’amore di Dio deve prendere tutto l’uomo e Dio deve essere amato in tutti i sensi, Dio unico interpella tutto l’uomo. L’anima dispiega le ali quando l’uomo è al servizio del prossimo (Mc 8, 35 e ss.); il cuore diventa di pietra quando è egoista (Mc 7,6). Gesù aggiunge la mente, intesa come il pensare, come organo dell’amore di Dio (Mc 12,29).

Vediamo brevemente le differenze, prima di passare alla prassi dell’amore di Gesù per il prossimo, prassi che invera l’amore di Dio per noi.

  • sebbene i tre evangelisti concordino su tema, dialogo e combinazione dei due comandamenti, Marco colloca il dialogo dopo il suo ingresso messianico a Gerusalemme (Mc 11, 1-11) e prima della sua passione (Mc 14).
  • in Marco inoltre si parla di consenso, mentre in Matteo e Luca si parte da un conflitto.
  • in Matteo il dialogo rimane sui toni della disputa, cui nessuno riesce a replicare; in Luca la disputa si appiana, con la domanda di Gesù, che apre la strada alla comprensione.

Possiamo provare a spiegare le differenze, sulla base della teoria delle due fonti (Marco è il testo più antico, Matteo e Luca sono stati scritti sulla base della conoscenza del Vangelo di Marco e altre fonti, i loghia, tra loro parzialmente diverse. La versione marciana è la più antica, la versione di Matteo è un’abbreviazione e accentuazione di quella di Marco. La versione di Luca ha in comune la risoluzione positiva e altre differenze (probabilmente dovute alla fonte Q).

Marco vorrebbe mostrarci che si sarebbe potuti arrivare ad una fondata e diffusa intesa tra gli scribi e Gesù sulla base della Torah e quindi la congiura che condanna Gesù non avrebbe avuto fondamento: ciò consegna una chiave decisiva per la comprensione comune della Torah stessa e fonda una base per il futuro dialogo giudaico cristiano (al di là del dissenso cristologico), considerando che il Vangelo è stato scritto dopo la Pasqua.

Matteo mette invece l’accento sul fatto che la gerarchizzazione dei comandamenti era rimasta controversa e che i dottori della legge vogliono mettere alla prova la qualità dell’insegnamento di Gesù. Gesù supera la prova, ma la disputa rimane irrisolta e Gesù apre la altrettanto irrisolta questione cristologica (manifestando come il legame tra amore di Dio e del prossimo passi nell’attuazione del Cristo e come sia per questo incompreso, dato che non vedono in lui il Figlio di Dio).

Luca vuole comunicare come non sia controverso il duplice comandamento come tale, ma piuttosto che la concezione dell’amore del prossimo necessiti di un chiarimento (segue infatti il racconto della parabola del buon Samaritano). Gesù, ponendo domande, manifesta la fedeltà alla legge e apre la strada alla comprensione, perché il dottore della legge trovi la rivelazione. La connessione tra i due comandamenti e la possibilità di comprensione rimangono saldamente legate a Gesù, che manifesta l’amore del Padre.

Le differenti logiche alla base della conduzione di questo dialogo scelte dagli evangelisti non possono essere contrapposte, né storicamente né teologicamente: storicamente nessuna descrizione ci restituisce un evento determinato (è possibile che lo stesso evento sia stato percepito in modi diversi) e teologicamente ogni racconto apre ad un determinato approccio di comprensione del duplice comandamento, ugualmente giustificabile dal punto di vista cristologico.

Considerato che tutti i vangeli sinottici mettono in luce il duplice comandamento, collegandolo a Gesù come fondamento cristologico, è importante ora concentrarsi sulla prassi di Gesù, su come praticava l’amore del prossimo e gli esempi sono numerosi. È importante non solo perché hanno funzione di modello etico, ma soprattutto perché sono parte del suo ministero di salvezza, perché conferiscono validità all’amore di Dio.

  • Una prima concezione dell’amore di Gesù per il prossimo è nell’amore verso i poveri e lo vediamo fin dalla sua volontaria povertà e dal suo essere senza casa (Mc 8,20 e Lc 9, 58), dal suo celibato (Mt 19,10) e dal suo essere al servizio degli uomini (Mc 10,45). La sua scelta è evidente nelle sue parabole: la gioia della donna dalla dracma perduta, la sofferenza del povero Lazzaro (Lc 15, 8 e seguenti; Lc 16, 19-31). Infine, il sacrificio dell’obolo della vedova lo porta a innalzare la donna al di sopra di tutti gli altri ricchi offerenti.
  • La seconda concezione è il suo amore per i peccatori: lo vediamo nelle parabole della pecora smarrita e del figlio prodigo. È questo amore che lo induce a perdonare i peccati, gesto possibile solo come espressione dell’amore di Dio (Mc 2,1-12 e Lc 7,36-50); si unisce ai peccatori nei banchetti, si invita da Zaccheo (che incontra la grazia di una vita nuova in Gesù come raccontato in Lc 19, 1-10), invita il pubblicano a unirsi agli apostoli (Mc 2,13-17).
  • Una terza concezione di amore del prossimo manifestata da Gesù è l’amore per i piccoli e per i bambini, una concezione così diversa dal modo di pensare dell’epoca, che si è impressa nella memoria culturale (Mc 10,13-16). È anche a fianco dei piccoli, come coloro che rischiano di essere traviati e che hanno sempre bisogno di protezione dal mondo.
  • Una quarta ma non ultima concezione manifestata da Gesù è nella pietà, misericordia e compassione  che caratterizzano il suo comportamento: Gesù non guarda prima di tutto alla colpa che deve essere perdonata, ma alla miseria  e al bisogno, che devono essere eliminati (Lc 15,20; Mc 1,41-48 e numerosi altri esempi). Il migliore esempio dell’amore del prossimo è Gesù stesso: non rivendica nulla per sé, ma guarda a tutti coloro che fanno del bene agli apostoli e a lui (difende le donne che gli fanno una unzione in Mc 14, 3-9 e in Lc 7, 36-50 perché sono prove di amore che lo onorano come prossimo che rappresenta Dio, come nella parabola del giudizio universale Mc 25,31-46).

Lo sguardo di Gesù si spinge molto oltre: a tutti coloro che aiuteranno i discepoli nella missione (Mc 9,41 e Mt 10, 42), verso tutti coloro che guariscono le persone in suo nome, verso tutti coloro che accolgono un bambino (Mc 9, 36). Sono tutte persone che hanno lo stesso Gesù e con lui hanno accolto Dio: la parola che qui indica la pratica dell’amore del prossimo è agape, termine che indica amore rivolto oltre la cerchia dei familiari, dei discepoli e della Chiesa. Gesù vuole aprire gli occhi di tutti coloro che credono in lui ad ogni azione buona che viene fatta loro, anche da parte di chi non crede… Sia nell’Antico Testamento che nel Nuovo Testamento  il prossimo è amato profondamente come se stesso se viene visto come immagine di Dio: allora ci si apre ad un amore senza confini e con un futuro dischiuso da Dio stesso. Il duplice comandamento non vede quindi al suo interno un primato dell’amore di Dio sull’amore del prossimo, perché Dio è creatore di tutti quelli che amano e sono amati e li vuole portare tutti a partecipare al suo amore. Sul piano interpretativo si può parlare di unità dell’amore di Dio e del prossimo, sia perché collegati nei testi evangelici, sia perché inscindibili nella continua tensione nella relazione di Dio creatore con noi, creature amate.

Il riferimento per questa breve riflessione, sta nel racconto di Thomas Soding, come esposto nel libro “L’amore del prossimo”, Edizioni Queriniana, Bologna, 2018. 

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