Camminare nel deserto

Proseguiamo nella riflessione su come la Parola di Dio ha potuto ispirarci nel periodo del lockdown… Dopo il passaggio del Mar Rosso, arrivano le prime prove… A noi sembrerà di aver concluso la fase 2 da moltissimo tempo, ma le difficoltà di gestione fin qui non sono mancate… Mettetevi comodi e buona lettura!

2 incontro – il canto del Mare e la protesta a Mara Es 15,1-27

Da questo lato del Mar Rosso, la fede del popolo d’Israele dovrebbe risuonare diversamente… e in effetti all’inizio è così! Anche se poi vedremo che la fede del popolo fatica sempre ad essere salda… La parte iniziale della nostra trattazione, i vv. 1-21, è stata tradizionalmente nominata come il Canto del Mare, ma è anche molto conosciuta, per via della sua presenza nella liturgia pasquale, come il canto di Miriam. La denominazione Canto del Mare ci riconsegna l’aggancio teologico volto dalla tradizione biblica tra l’evento del mare e la lode a Dio, che si estenderà da qui in poi verso tutta la storia salvifica.

La delimitazione del brano è data dalla ripetizione del v.1 al v. 21 con il semplice cambio del soggetto (al v.1 è il popolo intero che canta, al v.21 è Miriam che riprende il verso). In pratica abbiamo due canti, il canto del popolo con Mosè (v.1-18) e il canto in risposta delle donne (v.20-21). L’analisi diacronica dei testi, rispetto al contesto del libro in cui sono inseriti, è molto problematica, perché il testo poetico appare diverso dal brano precedente, sia per campi semantici, sia per espressione letteraria; tuttavia appare chiaro che dal punto di vista del redattore finale, questo testo poetico, seppure posteriore come composizione, era da collocare nel contesto della uscita dal mare e immediatamente dopo. Se riflettiamo, appare evidente che in un contesto di tradizione orale, un canto di lode nasce posteriormente ad un racconto molto ripetuto e conosciuto e nasce probabilmente con un intento preciso, proclamare la fede in Yhwh in un modo meglio memorizzabile e ripetibile dal credente, anche sotto forma di preghiera personale (credo che noi tutti ricordiamo la versione cantata che ascoltiamo tutti gli anni a Pasqua… con la musica e con la poesia si ricorda meglio!).

La forma del cantico in poesia ha inoltre nella Bibbia una lunga tradizione (che inizia con questo cantico!) di risposta di fede del credente all’intervento salvifico di Yhwh: il cantico di Mosè (Dt 32, 1-43 per il dono della Legge), il cantico di Debora (Gdc 5,2-31 per la vittoria sui Cananei), il cantico di Anna (1Sam 2,1-10 per la preghiera di maternità). Il cantico da voce alla risposta di preghiera interiore, che nasce dal cuore, ma può diventare invito agli altri ascoltatori e credenti per unirsi alla lode. Vediamo lo schema letterario del cantico:

a1  v.1-3 confessione di fede e di lode a Yhwh

b1   v.4-10 annientamento degli egiziani nel mare

a2   v. 11 confessione di fede e di lode a Yhwh

b2   v. 12-17 passaggio vittorioso di Israele fra i popoli

a3  v.18  proclamazione di Yhwh come re per sempre

Dal punto di vista dei contenuti, non è inusuale che nella Bibbia un testo poetico segua ad un testo narrativo: non si tratta di duplicazione letteraria, ma il testo poetico ci da una possibilità interpretativa in più, entrare nell’evento per coglierne il tratto fondamentale, l’intervento salvifico divino e  parteciparvi da protagonisti. Dal punto di vista semantico, il vocabolario usato è interessante: colpisce la ricorrenza del nome di Yhwh e la assoluta mancanza del nome del profeta Mosè… dove Dio interviene, il profeta è silenzioso, la parola di Dio è nella azione. Il nome di Yhwh ricorre 10 volte, la sua azione è nella citazione dell’opera della mano destra vittoriosa; lo scenario della azione è il mare che viene denominato 5 volte in modo diverso (mare, mar Rosso, acque, abissi e correnti), 10 volte in tutto; la dimora di Dio che verrà eretta nella terra ha ben tre specificazioni (monte della tua eredità, sede per la tua abitazione, santuario), segno di una estensione della presenza di Dio in tutti gli ambiti di vita del popolo.

a1  v.1-3 confessione di fede e di lode a Yhwh: l’avverbio allora segna la continuità con il brano precedente, è adesso il momento di vedere e credere per Mosè e il popolo. Si rompe il silenzio di chi contempla la azione di salvezza, si uniscono le voci di chi con fede riconosce il dono della salvezza ricevuta. Il tempo verbale è quello della azione del passato che ha effetto sul presente, reso in italiano con il passato prossimo: Yhwh innalza e fa sprofondare con un movimento spaziale e temporale, perché la fede permette di credere subito la azione e la sua portata, è la azione che muove alla fede. L’uso della prima persona e dell’aggettivo possessivo mio riporta ogni lettore dentro la relazione di fede che Dio vuole costruire con ognuno di noi, sulla forza della conoscenza che oguno di noi ha di Dio (v.3b).

b1   v.4-10 annientamento degli egiziani nel mare: questi versetti procedono come onde tra la disfatta degli egiziani e la azione di Dio, ad ogni sprofondamento nella disfatta degli egiziani, prima umana che guerresca, corrisponde una azione di Dio, sempre ambientata nell’evento del mare, che è visto come il luogo della creazione della salvezza. E’ comune tra gli israeliti il senso di timore del male, come luogo insondabile e obbediente solo alla azione di Dio: espressione di questo sentire la ritroviamo nei racconti del diluvio, nel profeta Giona, nelle azioni di attraversamento e di pesca che Gesù compie sul lago di Tiberiade (notiamo che Gesù è l’unico ad avere sull’acqua azione di salvezza…). Il versetto 8 merita una menzione particolare che chiarisce meglio la questione dell’attraversamento: la parola argine, ned, è una parola apaxlegomenon, compare una sola volta in tutta la Bibbia. Non viene usato il termine muraglia, muro, ma solo argine e solo una volta… segno che ciò che è accaduto è irripetibile e ciò che separava somigliava ad un argine, parola che ha un senso molto più spaziale e temporale, più che segno di divisione fisica imponente… argine è ciò che separa l’asciutto dall’acqua e solo Dio ha potuto costituirlo così e solo per una volta. L’uso lessicale di questa parola nel testo prova a restituirci questa consapevolezza: separazione nel tempo e nello spazio tra il prima e il dopo della salvezza donata da Dio. Il soffio del v. 8 segue il senso del soffiare v. 10: al fremere di ira, segue il soffio che travolge, il piombo che sprofonda gli egiziani fa sì che non compaiano più fino alla fine del canto.

a2  v. 11 e b2 v. 12-17 passaggio vittorioso di Israele fra i popoli, confessione di fede e di lode a Yhwh: questa confessione di lode fa eco ai primi 3 versetti… il paragone è con gli elim, gli dei delle tradizioni circostanti, che pretendevano potere assoluto e qualità divine. Dio guida con misericordia e forza, tremendo nelle lodi perché le lodi cantano le imprese di abbattimento dei nemici, che si affidano a dei dai poteri assoluti. L’azione di Dio vuole ricondurre il popolo al santuario, la dimora santa perché Dio la santifica: se dovessimo indicare una collocazione geografica del santuario, dobbiamo sapere che per il popolo di Israele il santuario ha avuto via via nel tempo collocazioni geografiche successive (il monte Sinai, il saltuario di Galgala e poi di Silo, la terra promessa e il monte Sion), fino a indicare la meta finale del cammino escatologico, dove risplende in modo permanente la santità di Yhwh… ogni meta geografica è solo tappa provvisoria.

a3  v.18  proclamazione di Yhwh come re per sempre: la proclamazione è il regno di Yhwh, in senso temporale e geografico. Il suo santuario, di cui abbiamo compreso il senso escatologico, raccoglie tutte le qualità di Dio e il canto lo ha dimostrato. La anticipazione del soggetto al verbo in ebraico indica il ruolo primario di Dio in ogni cosa: né faraone, né popoli, solo Dio per primo.

La conclusione del brano richiama il ruolo femminile nella profezia e nella lode a Yhwh: le donne, con lei, cantano e riprendono il canto per intero, inaugurando una serie di canti di profezia affidati alle donne, che attraverso Debora, Anna e Giuditta, arriverà fino a Miriam di Nazaret (Lc 2,46). Chiediamoci, l’esito del cammino di fede è davvero così scontato, come il canto ci propone? Il popolo inizia il cammino con piena dimostrazione di Dio, ma quando durerà la loro fede? Quanto si è in grado di vedere ancora la azione di creazione salvatrice di Dio? Soli 3 giorni… e di nuovo avrà bisogno di essere richiamato a vedere!

I vv. 15,22-27 ci raccontano dell’inizio del lungo cammino nel deserto, come luogo di maturazione della fede, luogo di peccato ma soprattutto di perdono, perdono sempre educativo che Yhwh dona al popolo; da qui in avanti, Yhwh è la presenza misericordiosa che accompagna e soccorre. Mara, in ebraico, significa amaro: il nome geografico è un richiamo sia al luogo in cui si è arrivati, luogo di acque amare, ma anche un richiamo al passato di amara schiavitù in Egitto… tuttavia la radice di Mara richiama anche il verbo essere ribelli! Il popolo è amaro e ribelle verso Mosè alla prima difficoltà. Quando Mosè intercede, solo un gesto gli viene concesso da Dio, il segno verso il legno: Mosè, che sa ascoltare Dio con il cuore, comprendendone i gesti, è tramite della acqua dolce per il popolo. Allora Dio inizia la educazione del popolo: se tu ascolterai… il primo comando è ascoltare, come ha fatto Mosè, se si ascolta Dio non si viene sottoposti alle stesse pene che gli Egiziani hanno patito (nella seconda piaga Es 7, 21.24), che loro stessi hanno patito in schiavitù, perché Yhwh guarisce dal male del mondo, se si ha fiducia.

Israele, dopo la uscita dall’Egitto, inizia a camminare e ad aprirsi alla fede grazie alla libertà donata da Dio, senza però la esperienza della prova… il tema di fondo non è la protesta, ma la domanda conclusiva che vedremo alla fine dell’episodio di Massa e Meriba, Yhwh è in mezzo a noi sì o no?. Nel cammino nel deserto, alla prima difficoltà, Dio ha manifestato la sua presenza, solo con un gesto, chiedendo ascolto: il popolo sta iniziando a divenire consapevole della presenza?

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