Camminare nel deserto

3 incontro – il dono della manna e la protesta a Massa e Meriba Es 16-17,7

Siamo nel faticoso cammino verso la terra promessa… e dopo la prova della sete, arriva alla prova della fame; il passo di Es 16, 1-36 è un lungo racconto, in cui il redattore raccoglie le tradizioni orali giunte alla sua epoca e costituisce un testo di ricca meditazione. Manna e quaglie, cibi insperati e abbondanti, erano rimasti a lungo nella memoria del popolo, come doni segno della presenza provvidente di Yhwh. La struttura del testo assume la forma tipica del racconto di ribellione del popolo-soccorso di Dio: nella prima parte troviamo, protesta (v.2-3), intervento critico di Mosè (v.6-8), teofania (v.9-10), oracolo divino a Mosè di risoluzione (v.11-12), con spiegazione normativa (v. 13-34) posta nella seconda parte.

Considerato che conosciamo già lo schema proprio della opposizione di protesta, è interessante soffermarci su alcuni particolari del testo…

Il termine protesta, nella prima parte, appare sempre associato ai termini carne-pane (v.3.8.12), due cibi assai improbabili nel deserto, due cibi ritenuti essenziali, ma che richiedono un lungo percorso di preparazione per essere disponibili e mangiabili, due cibi frutto di duro lavoro e sacrificio, un modo per mettere Dio di fronte ad una richiesta impossibile… e tutti ricorderete il pane e cipolle della tradizionale lamentazione ebraica nella schiavitù… come sono state dimenticate le cipolle e sostituite nel ricordo dalla carne! Chi dimentica il passato, come può riconoscere il dono di Dio? Eppure Dio si rende presente nella vita del popolo proprio nella necessità concreta della sete e della fame, donando pane nella manna e carne nelle quaglie… Dio è presente nella vita concreta del popolo, soccorre le sue necessità, con abbondanza e ricchezza e compare proprio quando c’è il momento della protesta… perché il popolo protesta proprio per la stretta della necessità, anche se poi è di corta memoria… giusto il motivo, sbagliato il modo: il problema non è protestare per la necessità, ma protestare mettendo in dubbio l’intervento di Dio, mentendo a se stessi, dimenticando l’intervento di salvezza…  

Nella seconda parte vediamo comparire il termine manna 4 volte, associato al termine pane e al termine sabato, settimo giorno e riposo… e qui comprendiamo interamente il collegamento alla terminologia precedente: in Dio, nel suo giorno, nel riposo che da la presenza di Dio, si trova il pane che non si consuma, che è sempre a disposizione, sotto la protezione e il rispetto della Legge di Dio; la manna è il cibo che soddisfa tutto il nostro bisogno, che è disponibile quando il lavoro dell’uomo è fermo, non richiede tutto il lavoro lungo e di preparazione, che noi uomini impiegheremo, perché è frutto del lungo, potremmo dire sempiterno, amore preveniente di Dio, sempre pronta perché sempre preparata dall’amore di Dio per noi, prima di ogni tempo. Se l’uomo si sente amato dalla presenza di Dio, trova la salvezza nel giorno dedicato al Signore, che gli ricorda questo amore. E l’amore di Dio è ben lontano dall’accaparramento egoistico… Ognuno avrà quando serve, per il suo bisogno personale e di famiglia. Inoltre il termine manhu compare solo al v. 31, perché prima viene chiamata sempre pane: solo dopo averne mangiato -per giorni, solo dopo averne raccolto, verificato la durata, la consistenza, il sapore, il colore, il cibo di Dio prende nome… il popolo da nome al dono di Dio solo dopo averne lungamente assaggiato il sapore e considerato il beneficio! Quante volte nella nostra vita abbiamo goduto dei doni del Signore e non riusciamo ancora a dargli nome? Quante volte riusciamo solo a dargli il nome di chi non comprende appieno il dono ricevuto? Esattamente come il popolo di Israele che chiama la manna, man hu, che cosa è questo? Come sarebbe importante per ognuno di noi riconoscere il dono di Dio, nella situazione di necessità, anche se non riusciamo a dargli nome… e teniamolo presente quando ascolteremo la domanda della protesta di Massa e Meriba… Forse avremo già la risposta!

E di tappa in tappa si procede, alzando sempre lo sguardo al Signore e protestando per le difficoltà! Il brano Di Massa e Meriba presenta un sicuro interesse per noi lettori di oggi, alle prese con percorsi di vita, difficili da determinare, con poche sicurezze, molto irti di difficoltà, molto carichi di protesta: la protesta contro Dio è un tema ricorrente nell’Esodo e in tutta la Bibbia (ricordiamo Giobbe tra tutti…) e attiene di fatto alla forza di tenuta della nostra relazione con Dio, a fronte delle difficoltà della vita… come conclude il v. 7 “YWHW è in mezzo a noi o no?”

Come vediamo, la protesta della tappa di Redifim (località che poi diventerà Massa e Meriba) è strettamente unita ai precedenti episodi di Mara (cap. 15, 22-27) e della manna (cap.16), che abbiamo visto… il vocabolario è identico, identiche sono la prova, la mancanza di acqua e la protesta, identica la uscita dalla protesta con la intercessione di Mosè. È probabile che si tratti di un passo di tradizione deuteronomica, che intende sottolineare la continua volontà, da parte di Dio, di dissetare il popolo nel suo cammino. Vediamo il brano, nei temi che evoca, versetto per versetto.

L’unità, di soli 7 versetti, è costruita con cura: inizia con una negazione, termina con una negazione: non c’era acqua da bere, Dio è mezzo a noi o no? La negazione intesa come sfiducia nell’azione di Dio è il confine in cui si svolge la vicenda. Massa e Meriba sono una tappa del lungo viaggio nel deserto, viaggio che allontana il popolo di Israele dall’Egitto e dal luogo della schiavitù… ma si stanno davvero allontanando dal peccato, dalla sfiducia in Dio? L’indicare una tappa fa pensare ad un itinerario, che non è solo geografico ma anche itinerario di vita e fede (il che è indicato dalla assonanza tra la pronuncia della parola massa che in ebraico può significare sia tappa, sia prova). Massa è un luogo geografico, ma anche un passaggio della vita, prova… perché qui manca l’acqua, elemento vitale.

La mancanza di acqua è la causa della contesa: il verbo ebraico usato è ryb, il verbo tipico delle contese giudiziarie (v.2); la contesta è aperta direttamente verso Dio; è molto più di una semplice protesta, perché Israele chiede conto a Dio del suo agire e lo accusa di non volerli salvare davvero (v.3). Il nome Meriba deriva direttamente dal verbo ryb, contendere. L’Esodo è davvero promessa di vita?

Considerato che la contesa è aperta direttamente con Dio (v.4), Mosè non replica al popolo, ma si affida a Dio, con un grido di intercessione e di preghiera: è in gioco la vita e Mosè sa che la vita è solo dono di Dio; è vero che la protesta potrebbe mettere a rischio la vita stessa di Mosè, ma lui è sempre colui che intercede per il popolo.

Dio da una serie di istruzioni (v.5-6), per rispondere alla domanda su che cosa si debba fare, ma come sempre c’è l’invito ad un percorso di fede: Mosè non deve seguire la protesta egoistica del popolo, ma deve per primo lasciarsi guidare lui stesso alla presenza divina. Mosè, che comunque rischia la lapidazione, crede alla manifestazione del Signore e segue il suo comando. La menzione del bastone che Mosè deve prendere è in funzione teologica: viene qualificato come oggetto dal potere miracoloso; il che dovrebbe farci capire che siamo di fronte non ad una azione naturale ma ad una imminente teofania.

La teofania è descritta in termini concisi: inizia con “Eccomi”; ricalca il miracolo della manna. Con il passaggio di Mosè davanti al popolo, è Dio stesso che passa davanti al popolo. La menzione dell’Oreb è collegata al luogo teofanico per eccellenza, ma è soprattutto nel popolo di Israele, amato e liberato dal peccato, che si manifesta Dio, attraverso il suo mediatore, Mosè. Va detto che inevitabilmente il prodigio dell’acqua e il bastone stesso si prestano ad essere strumentalizzati, anche se sappiamo che i prodigi sono insufficienti a fondare la fede… quello che è essenziale è la esperienza stessa di Dio che qui viene vissuta da Mosè.

La domanda essenziale del v. 7 “YWHW è in mezzo a noi o no?” è quella che apre, oppure no, alla teofania. Di fronte alle difficoltà che ogni percorso di vita presenta, come rispondo? Mosè certamente crede alla promessa della presenza di Dio in mezzo al popolo e la sua mediazione mostra la presenza al popolo. Siamo in grado di credere anche noi alla presenza di Dio, di riconoscerlo nella nostra vita come presente, anche nelle difficoltà? Oppure aspettiamo il segno miracoloso, con la domanda in bilico nel cuore, indecisi se fidarci o meno? Oppure ancora diversamente attendiamo l’acqua come un segno dovuto, che ci spetta per aver aperto la contesa con Dio alla pari, senza renderci conto che Dio è preveniente, che ci ama ancora prima del nostro orgoglio? Se potremo riuscire a rispondere sì, Dio si renderà presente anche agli altri che vivono con noi, nella stessa difficoltà, perché, nel nostro piccolo gesto di fede, c’è il dono della mediazione di fede agli altri. La presenza di Dio è sempre stata costante con il suo popolo, ma misconosciuta. La domanda “YWHW è in mezzo a noi o no?” è la domanda capitale che può fondare o distruggere il rapporto del popolo di Israele con Dio, è la domanda che arriva fino al Golgota (Mc 15,34), non dimentichiamolo… è la domanda sull’agire di Dio, buono e amorevole, oppure ritenuto, nella difficoltà, autore delle prove che la vita ci pone? E quindi per questo gli israeliti aprono la contesa da pari a pari… invece tutta la storia della relazione di YHWH con il popolo di Israele e con i credenti in Cristo ci racconta una storia di salvezza! Salvezza riproposta incessantemente da Dio a noi, contro tutti i nostri dubbi, il nostro orgoglio, contro le nostre difficoltà: a noi il compito di essere credenti, di rispondere sì alla domanda, come ha fatto Mosè. Il popolo di Israele ha già ricevuto la risposta, ma l’ha riconosciuta?

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